La “nuova Tangentopoli” pataccara
“Né ruberie, né tangenti”. Così ieri Repubblica, in un articolo a pagina 23 nemmeno richiamato sulla prima del giornale, sintetizzava nell’incipit del pezzo la chiusura dell’indagine della procura di Siena sull’acquisizione di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi di Siena avvenuta nel 2007. Non esattamente una degna e squillante conclusione per quella che lo stesso quotidiano, il 27 gennaio scorso, annunciava come l’inchiesta sulla “madre di tutte le tangenti”. D’altronde “l’inchiesta giudiziaria che promette sfracelli” (Massimo Giannini, vicedirettore di Rep., dixit) ha preso una piega inaspettata per molti.
18 AGO 20

“Né ruberie, né tangenti”. Così ieri Repubblica, in un articolo a pagina 23 nemmeno richiamato sulla prima del giornale, sintetizzava nell’incipit del pezzo la chiusura dell’indagine della procura di Siena sull’acquisizione di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi di Siena avvenuta nel 2007. Non esattamente una degna e squillante conclusione per quella che lo stesso quotidiano, il 27 gennaio scorso, annunciava come l’inchiesta sulla “madre di tutte le tangenti”. D’altronde “l’inchiesta giudiziaria che promette sfracelli” (Massimo Giannini, vicedirettore di Rep., dixit) ha preso una piega inaspettata per molti: due giorni fa la procura di Siena ha depositato l’avviso di chiusura dell’indagine principale su Mps, avvisando 11 indagati che saranno imputati solo dopo l’eventuale rinvio a giudizio, atteso per settembre. Insider trading (per aver comunicato con il proprio azionista di riferimento, sindaco e presidente di provincia legati alla Fondazione Mps, nota qualcuno fra i più scettici), concorso in false comunicazioni sociali (agli azionisti e al pubblico) e ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di Vigilanza (cioè Banca d’Italia) sono gli illeciti più gravi che sarebbero stati commessi dall’ex presidente di Mps, Giuseppe Mussari, dall’ex direttore generale Antonio Vigni e dall’ex cfo Daniele Pirondini. Non è acqua di rose, inteso, perché parliamo sempre della terza banca del paese e perché altri filoni minori di indagine restano aperti, ma si tratta di un piatto di lenticchie rispetto all’abbuffata che fino a qualche settimana fa si attendevano i rinfocolatori dei media e della politica. Quella stessa abbuffata che – a forza di vagheggiarne lungamente sulle prime pagine di tutti i giornali e dei tg – aveva riempito di spettatori i comizi più populisti e reso indigeribili le urne per milioni di italiani.
Due giorni fa, alla conferenza stampa convocata a Siena da pm e Guardia di Finanza, qualcuno quasi non credeva alle proprie orecchie. “Di tangente – ha detto il pm Antonino Nastasi ai giornalisti – avete parlato solamente voi”. Un altro procuratore, Tito Salerno, ha ammesso che l’inchiesta sull’acquisizione di Antonveneta è nata in seguito alle voci ricorrenti e alla lettura dei giornali. Mentre alcuni dirigenti delle Fiamme Gialle, lontano dai microfoni, chiarivano ai reporter d’assalto che con quello che avevano in mano non si poteva fare di più. Così ieri il giornalista Antonio Vanuzzo, su Linkiesta.it diretto da Marco Alfieri, è arrivato a chiedersi se non avesse ragione allora il direttore di questo quotidiano, Giuliano Ferrara, a parlare per tempo di “bufala colossale”. E sempre ieri il Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria, rivendicava di aver instillato un piccolo dubbio nei suoi lettori, sin dal 29 gennaio scorso: una mazzetta da due miliardi di euro, scrisse allora, pareva “irrealistica”. Lo stesso quotidiano da una settimana insiste correttamente sul fatto che anche di “associazione a delinquere” non c’è traccia, eppure se n’era parlato eccome.
Nel polverone dei mesi scorsi, tuttavia, era legittimo che l’opinione pubblica vedesse di tutto. Infatti, in un’improvvisata gara tra procure e penne scintillanti, si arrivò dritti ai “topoi” classici dell’Italia complottista: i sempiterni massoni manovratori (Antonio Padellaro sul Fatto quotidiano e Alberto Statera su Rep.), l’immancabile conto segreto dello Ior (procura di Roma), e poi “in finale di partita si aggiunge anche la più classica delle prerogative italiane negli scandali: una tangente” (sempre il Fatto). Proprio il Fatto, il 22 gennaio scorso, aveva dato il via al tutto – come gli riconobbero anche l’arcinemico Maurizio Belpietro direttore di Libero, e il manifesto in un editoriale intitolato “Corruttori e popolo” in cui si parlava di “primo squillo di tromba della campagna elettorale” – con uno scoop di Marco Lillo su “un accordo segreto tra Mussari e Nomura per truccare i conti”, cioè sul derivato Alexandria che sarebbe servito per coprire un buco dei conti. Il giorno prima, con meno clamore, Rep. aveva riferito di come la nuova dirigenza di Rocca Salimbeni, il presidente Alessandro Profumo e l’ad Fabrizio Viola, tenesse sotto la lente un altro derivato, Santorini. Notizie importanti, che portarono tra l’altro alle immediate dimissioni di Giuseppe Mussari dalla presidenza dell’Abi, ma che di per sé non avrebbero solleticato a sufficienza la pancia dell’opinione pubblica alla vigilia del voto. Per questo i derivati furono subito collegati, soprattutto da Rep. e Corriere della Sera, a una presunta “maxi tangente”.
L’acquisto di Antonveneta del 2007 da parte di Mps era costato quasi 10 miliardi, cioè più di quanto Santander avesse valutato solo tre mesi prima la stessa Antonveneta. Acquisto oneroso per Mps, forse troppo. Ma evidentemente la sprovvedutezza del management o la frenesia di quell’èra pre-Lehman Brothers (quando l’istituto di Siena pensava di restare fuori da una serie di fusioni bancarie in corso) non spiegavano abbastanza agli occhi di alcuni analisti, e quindi ecco il ragionamento di Fiorenza Sarzanini sul Corriere del 3 febbraio: “La scelta di investire nei ‘derivati’ per cercare di ripianare i debiti provocati dall’operazione. Il sospetto dei magistrati è che quella ‘plusvalenza’ sia stata divisa tra venditore e compratore”. Per Rep. la “madre di tutte le tangenti” era addirittura diventata, dopo le rivelazioni di quei giorni, “l’ipotesi investigativa principale su cui si muovono i pm della procura di Siena”, altro che robette come insider trading e aggiotaggio. Un “Armageddon giudiziario” tale che i giudici – per uno slancio di bontà – avrebbero voluto “attendere l’esito del voto di febbraio prima della sua ‘discovery’”. L’avvertimento del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a diffidare dai “cortocircuiti” mediatico-giudiziari cadde quasi nel vuoto. Giannini, correggendo solo temporaneamente la linea di Rep., il primo febbraio scrisse che ipotizzare che quella fosse “la madre di tutte le tangenti” era “un atto di cinismo e di autolesionismo”, salvo averla evocata lui stesso il 29 gennaio, e poi averla definita “nuova Tangentopoli che sta terremotando l’Italia” (18 febbraio).
D’un tratto era diventato difficile, d’altronde, astenersi dal riesumare Tangentopoli: Beppe Grillo pensò di far cadere il suo veto sui talk-show proprio per trattare questo argomento (“il più grande scandalo finanziario della storia”, lo definì con sprezzo del pericolo); i sondaggisti si esercitarono per giorni sulle ricadute elettorali; Pd, Pdl e Scelta civica si accusarono e furono accusati tutti di avere legami malsani con Mps; a Mussari non fu risparmiato nemmeno un lancio di monetine. Salvo svegliarsi tutti ieri e accorgersi che non c’è stata “nessuna tangente” né alcun “vantaggio personale”: “Con queste quattro parole Antonino Nastasi, il magistrato titolare dell’inchiesta su Mps, smonta le tesi usate da alcuni esponenti politici e quotidiani soprattutto durante la campagna elettorale”. “Alcuni quotidiani”, parole del Fatto, a pagina 7 di ieri.